Scopo di questo corso è pensare la pubblicità come una forma espressiva prodotta dalla civiltà industriale di massa e allo stesso tempo come luogo di osservazione dei lnguaggi dell'industria culturale, delle forme di omologia fra media e società e come territorio di riferimento per la costruzione dei vissuti.
In particolare la prospettiva da cui osservare tali dinamiche ha a che fare con le origini novecentesche dell'industria culturale, momento nel quale, per opera dei linguaggi mediali, si riarticola la relazione fra immagine e immaginario in direzione di una scissione, di un disaccoppiamento fra pratiche concrete della soggettività – le peculiarità delle azioni dei singoli vissuti – e forme di rappresentazione di questi: in pratica il vissuto individuale e collettivo è sempre più sconnesso da una relazione diretta con la propria rappresentazione.
La rappresentazione è espropriata dai vissuti individuali, esce dai territori di esperienzialità diretta dei soggetti per farsi prodotto esterno: una esperienza mediata nella quale il soggetto si limita a ri-conoscere il rappresentato e ade-rirvi affettivamente inscrivendo il suo vissuto in questo dominio esteriore pro-dotto industrialmente.
L’industria dell’immaginario costruisce in tal senso al di fuori dell’individuo una sorta di “banca del senso”, un deposito di simbolico a disposizione di un soggetto sociale sempre più frammentato, aperto a percorsi nomadi, il cui Io si moltiplica seguendo piste di rappresentazione eteroprodotte differenziate e molteplici. Rappresentazione che tende dunque a divenire un prodotto dell’industria culturale: accumulazione di immagini e fabbrica dell’immaginario.
"Lo spettacolo è il capitale a un tale grado di accumulazione che diventa immagine"
Guy Debord
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